giovedì 16 aprile 2009

I Pirati son tornati! [seconda parte]


Continuiamo il viaggio dall'Isola Che Non C'è...


fedelmente e liberamente tratto da
"Quei moderni Sandokan" di Lucio Caracciolo
"Guerra e pirateria nel Corno d'Africa" di Luca Puddu


PERCHÉ LA PIRATERIA IN SOMALIA HA RILEVANZA INTERNAZIONALE

Questa escalation è ancora più grave se si considera l’importanza vitale che tali acque rivestono per il traffico marittimo internazionale. Largo 18 miglia nel suo punto più largo, lo stretto di Bab-el Mandeb è una cerniera naturale tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso.
Ogni anno 3,3 milioni di barili di petrolio, provenienti prevalentemente dalle riserve mediorientali e corrispondenti al 12% del traffico complessivo, sono trasportati attraverso lo stretto per dirigersi verso i mercati europei (senza tener conto del trasporto marittimo di altre materie prime e prodotti finiti): l’unica alternativa a questa via è costituita dalla circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, implicante un aumento del tragitto quantificabile in 6000 chilometri circa.
Data la grande rilevanza ricoperta dai costi di trasporto nella formazione del prezzo finale del barile di greggio, si intuisce il danno economico che potrebbe derivare da un’eventuale chiusura del passaggio, dalla cui disponibilità dipende inoltre l’accesso al Canale di Suez: alcuni paesi rivieraschi, come l’Egitto (per il quale i proventi derivanti dalle tariffe di passaggio attraverso il Canale di Suez rappresentano la terza fonte del bilancio statale), potrebbero essere coinvolti in un pericoloso effetto domino che minaccerebbe la stabilità dell’intera regione.
Dinanzi ad una crescita costante del traffico marittimo, l’importanza strategica di questo “checkpoint” nel breve e lungo periodo è inevitabilmente destinata ad aumentare, accelerando le spinte procompetitive già latenti: a fronte di una domanda crescente, l’offerta si presenta infatti stabile o addirittura decrescente, minacciata da fattori esterni quali la pirateria o il rischio terrorismo.



È dunque naturale che le principali potenze marittime continuino ancora oggi, come secoli fa, a considerare la lotta alla pirateria come una missione imprescindibile della civiltà.
La comunità internazionale ha reagito al precipitare degli eventi sia attraverso sporadici interventi unilaterali che per mezzo di azioni coordinate.
Su forte pressione francese e statunitense, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato nel corso del 2008 quattro risoluzioni (1814, 1816, 1838, 1844, 1846) che autorizzano, dietro consenso del Governo Federale di Transizione instaurato a Mogadiscio, l’uso della forza all’interno delle acque territoriali somale.
Un vero e proprio salto di qualità viene però compiuto con la risoluzione 1851 adottata il 16 Dicembre, che prevede (dietro autorizzazione del sempre più evanescente TFG) la possibilità di intraprendere operazioni terrestri al fine di catturare i supposti pirati.
A tal fine viene appositamente istituito un Comitato di supporto contro la pirateria per coordinare gli sforzi della comunità internazionale e adottare i necessari provvedimenti in materia giudiziaria.
L’assenza di chiari parametri giuridici per definire la competenza rationae loci in caso di cattura di pirati in alto mare rimane infatti il punto focale del problema: per ovviare a questo ostacolo,la risoluzione 1851 ribadisce l’esortazione a ratificare la Convenzione SUA.
Dietro il lasciapassare del Consiglio di Sicurezza si cela però una posta ancora più importante: il controllo geopolitico di un’area contesa dalle nuove potenze del XXI secolo.


In conclusione, le scorrerie dei briganti nell'Oceano Indiano o nel Pacifico - ma se ne trovano ormai quasi ovunque - segnalano quanto arduo sia difendere la sicurezza dei mari, estesi per il 70% circa della superficie planetaria. Incardinati sulle nostre terreferme, tendiamo a dimenticare che la gran parte dei traffici commerciali d'ogni genere passano per vie d'acqua. Grazie ai costi relativamente bassi (finora, ma la pirateria è destinata ad alzarli, non fosse che per la componente assicurativa), alla facilità del trasporto e - non ultimo - all'impossibilità di verificare davvero che cosa portano le navi, spesso battenti bandiere di comodo e con equipaggi non identificabili. Per questo è facile immaginare che la pirateria, comunque travestita, abbia davanti a sé un futuro luminoso.

mercoledì 15 aprile 2009

I Pirati son tornati! [prima parte]

Ma i pirati esistono ancora? E dove si erano cacciati fino ad ora?
Cerchiamo di capire perchè sembrano aver salpato le coste dell'Isola Che Non C'è per approdare sui nostri teleschermi senza bussare e senza che qualcuno ce li abbia presentati prima.



fedelmente e liberamente tratto da
"Quei moderni Sandokan" di Lucio Caracciolo
"Guerra e pirateria nel Corno d'Africa" di Luca Puddu




Un'altra area critica, più vicina a noi - alle nostre memorie coloniali e ai nostri interessi attuali - è quella del Golfo di Aden. Un'ampia porzione dell'Oceano Indiano, di oltre 600 mila miglia quadrate, su cui da tempo si è concentrata l'attenzione delle Marine occidentali, e non solo, interessate a proteggerlo dai pirati.
Come hanno scritto [...] Nicolò Carnimeo e Matteo Guglielmo, quei pirati "con il mare hanno poco a che fare, l'arte della navigazione l'hanno imparata per necessità". Si tratta infatti di "un variegato manipolo di pastori o mercenari al soldo dei locali signori della guerra. Abitano case di paglia e fango, bevono latte di cammella, ma i loro capi sanno adoperare Internet e i sistemi satellitari di rilevamento, sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali da Nairobi a Dubai che consentono loro di riciclare il denaro degli abbordaggi".

Le loro basi sono concentrate nella regione somala del Puntland - proclamatosi "repubblica" indipendente nel 1998 - in particolare attorno al porto di Bosaso. Terre devastate, "buchi neri" geopolitici contesi da bande armate, per le quali saccheggio e pirateria sono le principali risorse economiche. Secondo alcuni studiosi, si sarebbe creata una sorta di intesa con gruppi jihadisti operanti nel Corno d'Africa, che puntano a colpire gli interessi occidentali. Ma nell'intreccio dei conflitti locali e regionali è molto arduo assegnare etichette definitive a questo o quel signore della guerra e alle sue milizie terrrestri e marittime.

La dottrina è concorde nel ritenere la presenza di un “Failed State” requisito fondamentale, benchè non sufficiente, per spiegare l’insorgere della pirateria.
I criteri utilizzati per definire un Failed State sono ampiamente rintracciabili nel contesto somalo: l’assenza di un’autorità centrale che eserciti il monopolio della forza legittima all’interno dello Stato costiero; l’assenza di un adeguato sistema di welfare che garantisca livelli minimi di sussistenza per la popolazione locale; l’instaurarsi di entità tribali o claniche che integrano, o sostituiscono, lo Stato nel governo del territorio; l’accettazione sociale della criminalità organizzata; la delegittimazione dell’autorità costituita.

Diventa quindi prioritario spostare l’attenzione sulle dinamiche del conflitto.
Le istituzioni transitorie somale internazionalmente riconosciute, costituite nel 2004 in seguito agli accordi di Gibuti, mancano infatti di una reale autorità e legittimazione popolare.
La frammentazione clanica dei centri di potere ha favorito la feudalizzazione del territorio a scapito di un forte Stato centrale, ponendo le condizioni ideali per il business della pirateria.
Il crollo della struttura statuale e il deterioramento (o la scomparsa) di un sistema di welfare capace di assicurare i servizi pubblici essenziali hanno generato una delegittimazione delle autorità tradizionali, incentivando nuove forme di fedeltà dirette verso soggetti sociali “istituzionali” (chiese, moschee) o “extra-istituzionali” (criminalità organizzata).
I pirati somali vengono percepiti dalla popolazione come benefattori sotto una duplice ottica: economica, perché garanti di un flusso di liquidità monetaria (sotto forma di valuta forte) che rimette in moto il sistema produttivo e creditizio; socio-politica, perché fungono da sostituti dell’autorità legittima nell’affermazione della sovranità nazionale sul mare territoriale e la zona economica contigua. La costante presenza di pescherecci giapponesi ed europei a largo delle coste somale durante gli anni della guerra civile ha infatti causato il fallimento delle residue attività di pesca locali, incapaci di sopportare la concorrenza globale, provocando un danno economico quantificabile in 6 milioni di dollari l’anno.
Stanti queste premesse, appare evidente la necessità di correlare ad una capillare presenza militare un maggior impegno sul terreno a sostegno del processo di pace.
I dati dell’IMO dimostrano infatti come il raggiungimento di un grado minimo di stabilità politica, quale quella vissuta nella seconda metà del 2006 dopo l’ascesa delle Corti Islamiche, abbia contribuito a diminuire drasticamente gli attacchi ai convogli stranieri.