Ma i pirati esistono ancora? E dove si erano cacciati fino ad ora?
Cerchiamo di capire perchè sembrano aver salpato le coste dell'Isola Che Non C'è per approdare sui nostri teleschermi senza bussare e senza che qualcuno ce li abbia presentati prima.
fedelmente e liberamente tratto da
"Quei moderni Sandokan" di Lucio Caracciolo
"Guerra e pirateria nel Corno d'Africa" di Luca Puddu
Un'altra area critica, più vicina a noi - alle nostre memorie coloniali e ai nostri interessi attuali - è quella del Golfo di Aden. Un'ampia porzione dell'Oceano Indiano, di oltre 600 mila miglia quadrate, su cui da tempo si è concentrata l'attenzione delle Marine occidentali, e non solo, interessate a proteggerlo dai pirati.
Come hanno scritto [...] Nicolò Carnimeo e Matteo Guglielmo, quei pirati "con il mare hanno poco a che fare, l'arte della navigazione l'hanno imparata per necessità". Si tratta infatti di "un variegato manipolo di pastori o mercenari al soldo dei locali signori della guerra. Abitano case di paglia e fango, bevono latte di cammella, ma i loro capi sanno adoperare Internet e i sistemi satellitari di rilevamento, sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali da Nairobi a Dubai che consentono loro di riciclare il denaro degli abbordaggi".
Le loro basi sono concentrate nella regione somala del Puntland - proclamatosi "repubblica" indipendente nel 1998 - in particolare attorno al porto di Bosaso. Terre devastate, "buchi neri" geopolitici contesi da bande armate, per le quali saccheggio e pirateria sono le principali risorse economiche. Secondo alcuni studiosi, si sarebbe creata una sorta di intesa con gruppi jihadisti operanti nel Corno d'Africa, che puntano a colpire gli interessi occidentali. Ma nell'intreccio dei conflitti locali e regionali è molto arduo assegnare etichette definitive a questo o quel signore della guerra e alle sue milizie terrrestri e marittime.
La dottrina è concorde nel ritenere la presenza di un “Failed State” requisito fondamentale, benchè non sufficiente, per spiegare l’insorgere della pirateria.
I criteri utilizzati per definire un Failed State sono ampiamente rintracciabili nel contesto somalo: l’assenza di un’autorità centrale che eserciti il monopolio della forza legittima all’interno dello Stato costiero; l’assenza di un adeguato sistema di welfare che garantisca livelli minimi di sussistenza per la popolazione locale; l’instaurarsi di entità tribali o claniche che integrano, o sostituiscono, lo Stato nel governo del territorio; l’accettazione sociale della criminalità organizzata; la delegittimazione dell’autorità costituita.
Diventa quindi prioritario spostare l’attenzione sulle dinamiche del conflitto.
Le istituzioni transitorie somale internazionalmente riconosciute, costituite nel 2004 in seguito agli accordi di Gibuti, mancano infatti di una reale autorità e legittimazione popolare.
La frammentazione clanica dei centri di potere ha favorito la feudalizzazione del territorio a scapito di un forte Stato centrale, ponendo le condizioni ideali per il business della pirateria.
Il crollo della struttura statuale e il deterioramento (o la scomparsa) di un sistema di welfare capace di assicurare i servizi pubblici essenziali hanno generato una delegittimazione delle autorità tradizionali, incentivando nuove forme di fedeltà dirette verso soggetti sociali “istituzionali” (chiese, moschee) o “extra-istituzionali” (criminalità organizzata).
I pirati somali vengono percepiti dalla popolazione come benefattori sotto una duplice ottica: economica, perché garanti di un flusso di liquidità monetaria (sotto forma di valuta forte) che rimette in moto il sistema produttivo e creditizio; socio-politica, perché fungono da sostituti dell’autorità legittima nell’affermazione della sovranità nazionale sul mare territoriale e la zona economica contigua. La costante presenza di pescherecci giapponesi ed europei a largo delle coste somale durante gli anni della guerra civile ha infatti causato il fallimento delle residue attività di pesca locali, incapaci di sopportare la concorrenza globale, provocando un danno economico quantificabile in 6 milioni di dollari l’anno.
Stanti queste premesse, appare evidente la necessità di correlare ad una capillare presenza militare un maggior impegno sul terreno a sostegno del processo di pace.
I dati dell’IMO dimostrano infatti come il raggiungimento di un grado minimo di stabilità politica, quale quella vissuta nella seconda metà del 2006 dopo l’ascesa delle Corti Islamiche, abbia contribuito a diminuire drasticamente gli attacchi ai convogli stranieri.
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